… in montagna …

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Sono da sempre appassionato di montagna, ma fino a qualche anno fa la conoscevo solo nella sua veste estiva o invernale, quella un po’ artificiale, ad uso dei turisti. Conoscevo i sentieri, conoscevo le piste da sci, ma non conoscevo tutto quello che sta un po’ più in là. Oltre il bosco … dietro ad una cresta … su una rupe. Conoscevo gli aspetti più commerciali e scontati, quelli che oggi mi infastidiscono tanto.

I quindici mesi trascorsi come istruttore alla Scuola Militare Alpina di Aosta mi hanno aperto gli occhi su una montagna vissuta 365 giorni all’anno. Una montagna che, proprio nelle situazioni meno scontate, offre il meglio di sé. Ed ho cominciato a frequentarla anche nelle stagioni intermedie, nei momenti di passaggio, quando tutto è diverso, tutto è nuovo ogni giorno, quando pace, solitudine e silenzio si riappropriano della natura.

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Ho scoperto che una distesa di neve fresca, immacolata, solcata da un camoscio in fuga, è più bella di una pista da sci rumorosa e caotica, ho scoperto che il crepitio della neve che cade sul cappuccio della giacca a vento è una musica rilassante e dolce, ho scoperto che un sorso di the caldo in mezzo al vento gelido è buonissimo, così come una roccia a picco sulla valle è più comoda e rilassante del divano di casa.

Settegiorni

Perché lì ti senti vivo, ti senti parte di un mondo che pulsa, che esprime forza, severità e maestosità.

Scopri i tuoi limiti, l’incertezza nel decidere se proseguire, spingerti oltre, andare avanti oppure fermarti e tornare.

Scopri te stesso, le tue paure, le tue ansie, ma anche le tue ricchezze.

Scopri che la bellezza vera dona serenità, scaccia i pensieri.

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Ti senti vivo …

Ti senti libero …

Sei te stesso!

Una lama di luce

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Femmina di stambecco – Valle di Cogne – PNGP – Nikon D7100, AFS 300 f2,8 vrII con moltiplicatore TC14 EII, 1/8000 f4

Questo è stato l’ultimo scatto di una giornata estremamente piacevole, trascorsa con l’amico fotografo Luca Giordano. Stavamo scendendo lungo il sentiero che conduce al Rifugio Sella, sopra Valnontey, quando questa femmina con il capretto ci ha tagliato la strada e si è inerpicata lungo la parete, soffermandosi su una cengia illuminata dall’ultimo sole. Sono risalito per alcune decine di metri, in modo che alle spalle dell’animale non ci fossero rocce illuminate, ho atteso sperando si sporgesse ed ho effettuato questo scatto sottoesponendo fortemente, in modo da isolare le poche parti illuminate.

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La fotografia naturalistica … secondo me.

Fin da quando avevo sei o sette anni ho avuto il desiderio di cercare di trasmettere attraverso le immagini le emozioni che la natura suscitava in me. Erano gli anni delle prime vacanze nel Parco del Gran Paradiso. Per me ogni sasso, ogni arbusto che scorgevo in lontananza era una marmotta, un camoscio, uno stambecco. E via con le foto! Quanti chilometri di pellicola buttati … o forse no.

La delusione per quei primi fallimenti mi ha portato a voler ottenere qualcosa in più. Mi ha portato a rinunciare al motorino per la prima macchina reflex seria, mi ha portato ad investire tempo ed energie nell’avvicinarmi alla natura, frequentandola, imparando a conoscerne i tempi e le manifestazioni.

Ho così maturato a poco a poco la mia idea di fotografia naturalistica: per me fotografare la natura non vuol dire guardare prima di tutto all’aspetto tecnico, ma raccontare storie. La storia degli animali che lottano contro le intemperie sulle Alpi, la storia degli uccellini che in inverno rimangono nelle nostre campagne e con i loro colori ed il loro canto portano un po’ di vivacità nei mesi più bui. La storia degli aironi che si accoppiano e nidificano lungo i nostri fiumi e canali, cercando di salvarsi dalla presenza sempre più massiccia delle attività umane. Andare a cercare queste opportunità fotografiche vuol dire imparare a conoscere il mondo in cui viviamo, ma anche e soprattutto noi stessi. Vuol dire interrogarci su quanto stiamo perdendo, sulla nostra presunzione di essere padroni assoluti di un pianeta che forse, un giorno, potrebbe anche stancarsi della nostra presenza.

Per queste ragioni ho deciso di abbandonare totalmente gli scatti fatti ad animali in condizioni di semilibertà o di cattività. Ho frequentato Oasi naturalistiche come Sant’Alessio, interessanti dal punto di vista didattico, sono stato a fotografare i lupi e le linci al Bayerischer Wald in Germania, ma la natura è altro!

Ho fotografato il Martin Pescatore di sant’Alessio, chiuso all’interno di un’area delimitata da una rete, mentre io scattavo da dietro un vetro, in un camminamento protetto, ma ho fotografato il Martino anche lungo il torrente Scrivia. Un uccello, questa volta, libero di andare dove voleva, di posarsi o meno sul ramo che gli avevo preparato. Non c’è paragone. Ore di attesa per uno scatto di un attimo e tu devi essere pronto a cogliere l’occasione. Non sai se e quando si ripeterà.

Andare a cercare camosci e stambecchi su per le montagne, in inverno, con la neve; trovarli mentre vivono tranquilli là dove il loro istinto li porta a stare … . E scattare nonostante le mani tremino, perché dopo tanto salire il cuore scoppia ed il respiro è affannoso, le dita sono intorpidite dal freddo. Ma tu sei là dove la natura è spontanea e libera.

E sei libero anche tu …!

Questa è per me fotografia naturalistica, questa è la natura che amo e che mi dona quelle emozioni che cerco di trasmettere attraverso i miei scatti.

Di tutto ciò devo ringraziare soprattutto una persona: il mio maestro di fotografia Bruno De Faveri, grande fotografo, ma prima di tutto grande persona. Bruno mi ha insegnato e mi insegna le tecniche più adatte alle diverse situazioni, ma soprattutto mi ha trasmesso la passione e l’etica della fotografia di natura. Di tutto ciò, ma soprattutto della sua amicizia sincera e disinteressata, gli sarò sempre debitore.

Pietro Ruffini