Gran Paradiso con sistema OLYMPUS m4/3

 

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Dopo venticinque anni di utilizzo esclusivo di materiale fotografico Nikon, da circa un mese ho deciso di operare un cambiamento radicale, finalizzato alla riduzione di costi e  pesi. Le tante salite in neve fresca degli ultimi mesi mi hanno fatto capire che, in certe situazioni, un corredo più leggero può realmente fare la differenza.

A questo punto, però, era necessario capire se e quanto una riduzione di pesi avrebbe influito negativamente sulla qualità. Ho cercato di informarmi su opzioni diverse, fino a decidere di scegliere il sistema mirrorless Olympus micro 4/3.

Perché questa scelta? Innanzitutto ho avuto modo di parlare con chi già utilizza da tempo questo materiale fotografico, poi ho contattato direttamente la casa produttrice e mi sono letto un bel po’ di recensioni in rete.

Venduto a malincuore l’ottimo Nikkon 200-400 f4 VR2 e poco dopo la meravigliosa Nikon D500, ho reinvestito tutto nel nuovo materiale (andando perfettamente in pari).

Ora utilizzo:

OLYMPUS M1 mk2

OLYMPUS 12-40 f 2.8 PRO

OLYMPUS 40-150 f 2.8 PRO

OLYMPUS 300 f4 PRO

OLYMPUS 1.4x

Dopo qualche prova nelle campagne attorno a casa, per familiarizzare con i nuovi materiali, il workshop tenuto dall’amico Bruno De Faveri (con cui collaboro) nel Parco Nazionale del Gran Paradiso è stato l’occasione per testare realmente macchina e obiettivi in situazioni per me abituali, che mi avrebbero fornito termini di paragone attendibili.

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La prima impressione è eccellente: i comandi della M1 mk2 consentono di variare le impostazioni in modo rapido e preciso. La raffica è mostruosa e permette di cogliere ogni singolo istante della scena. Le ottiche hanno una nitidezza strepitosa. A livello di qualità del file non ho notato alcun peggioramento rispetto alla D500 (ok …  la 810 che ho ancora gioca un altro campionato, infatti l’ho tenuta per usi particolari).

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Premesso che sono proprio incapace per quanto concerne la postproduzione degli scatti, credo di non aver notato limiti particolari. Lo stabilizzatore consente di scattare scene statiche ad iso bassissimi e tempi molto lenti (la foto dell’acqua del torrente Orco è a 1/2 secondo a mano libera a focale equivalente a 300 mm…).

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Il 300 può essere utilizzato quasi come un macro. avendo una distanza minima di messa a fuoco di 1.4 metri. Le ottiche sono costruite in modo accurato, sono tropicalizzate e davvero nitide.

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Forse un limite, in alcune situazioni, potrebbe essere l’aumento della profondità di campo dovuta a questioni puramente fisiche di dimensione del sensore. In alcune circostanze, peraltro, questo potrebbe addirittura essere un pregio. Certo, ottenere lo sfocato cremoso di una FF con 300 f 2.8 fisso è e forse rimarrà un’utopia. Ma non è detto … .

In conclusione, il primo impatto serio è stato davvero positivo. Vedremo gli sviluppi … .

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Finalmente … il gipeto!

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Dopo un anno di tentativi infruttuosi, un sacco di freddo, pioggia, neve e vento, oggi è stato il giorno buono.

Più che buono, direi.

E dire che quando la sveglia ha suonato la tentazione di restare a letto stava per avere il sopravvento. Ho dovuto lottare con tutte le mie forze per quasi venti minuti per convincermi a fare ancora questo tentativo.

Due ora di auto, quaranta minuti di salita con le ciaspole e, quasi subito, un gipeto alto nel cielo mi ha fatto pensare che potesse essere la volta buona. Nel frattempo sono arrivati al “posto del gipeto” alcuni giovani veterinari di Torino e, tra una chiacchiera e l’altra, è stato facile ingannare l’attesa (e imparare anche qualche cosa).

Finalmente ecco un giovane gipeto piuttosto vicino …

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… anzi no …

… sono due e per un bel po’ volteggiano insieme sopra di noi, facendosi ammirare da tutte le prospettive.

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Il più grande avvoltoio delle Alpi, quasi tre metri di apertura alare … .

Meraviglioso!

Mentre io e i miei amici ci scambiavamo commenti pieni di entusiasmo per la giornata finalmente fortunata, ho detto “ora ci vorrebbe un bel gipeto adulto!”.

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Quest’ultimo è riconoscibile per il colore più chiaro della testa e della parte inferiore del corpo.

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Detto … fatto. Eccolo! Ancora volteggi a bassa quota e poi via, planando maestosamente di fianco a noi, alla nostra altezza.

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MORALE:

  1. Non bisogna demordere quando si ha in mente un obiettivo a cui si tiene.
  2. Se si cerca di imparare qualche cosa nelle giornate più sfortunate (fotograficamente parlando), magari ciò che si è appreso torna utile al momento buono: negli scorsi tentativi avevo ragionato molto sull’esposizione da utilizzare a seconda dei diversi sfondi possibili. Oggi, apportando minime correzioni in tempo reale, in fase di ripresa, ho ottenuto gli scatti praticamente pronti, senza alcun bisogno di post produzione (se non per il passaggio dal RAW al JPEG).

Concorso internazionale “Fotografare il parco”

Da pochi giorni sono usciti i risultati di questo concorso, a cui partecipo da alcuni anni.

Anche questa volta ho avuto la fortuna di veder premiato un mio scatto, legato ai luoghi che amo da sempre: le valli e le montagne del Gran Paradiso.

Quest’anno il livello delle fotografie premiate si è decisamente alzato e il fatto che il mio scatto relativo al disgelo al lago Serrù compaia tra i vincitori mi fa davvero piacere!

Qui l’articolo e le foto premiate.

http://www.pngp.it/notizie/concorso-fotografare-il-parco-i-vincitori-della-12-edizione

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10215866752408312&id=1430782750

L’aquila e il camoscio

Oggi, nel Parco Nazionale del Gran Paradiso (per l’esattezza sopra Ceresole Reale), ho assistito a una scena davvero unica: mentre stavo vanamente attendendo il gipeto, osservando un gruppo di camosci con i piccoli, improvvisamente è comparsa una coppia di aquile.

Una di esse ha quasi subito attaccato un piccolo camoscio, afferrandolo più volte e sollevandolo da terra.

Un momento emozionante, credo per molti versi unico (non tanto per l’episodio in sé, quanto per la possibilità di osservarlo a una distanza tutto sommato ravvicinata).

Sono riuscito a riprendere l’intera sequenza dell’attacco, da cui il piccolo camoscio è uscito vivo (anche se un po’ malconcio). E’ una scena di vita naturale e selvaggia, quella che vede ogni essere vivente lottare quotidianamente per sopravvivere.

Non c’è crudeltà, accade esattamente ciò che deve accadere. Non esistono solo gattini e cuccioli “pucciosi” da condividere sui social illudendosi che la vita, in tutte le sue forme, sia una specie di luna park.

Questa è la natura che amo. Vera, forte e sincera.

Le condizioni non mi hanno permesso di ottenere immagini di altissima qualità (la scena non era vicinissima, nevicava e c’era poca luce), ma ho potuto immortalare in modo più che soddisfacente un ricordo che credo rimarrà impresso per molto tempo.

(Nikon D500 con AF-S 200-400 VR II)

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Autunno nel parco del Gran Paradiso

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Quest’anno il caldo e la siccità stanno anticipando la comparsa dei colori autunnali. Non ho voluto allora farmi mancare la magia regalata da questa stagione in montagna.

Con un amico ho deciso di trascorrere un paio di giorni al rifugio Sella, sopra Valnontey, nella valle di Cogne, pernottando nel locale invernale sempre a disposizione di chi frequenta l’alta montagna nei periodi in cui il turismo di massa è assente.

Con gli zaini stracarichi di attrezzatura fotografica, sacco a pelo, cambi, acqua e viveri siamo saliti nel pomeriggio attraverso il lariceto e poi via via più su, tra i pascoli ingialliti tagliati dai ripidi tornanti del tratto finale del sentiero (una vera via crucis …). Fino all’ultimo il rifugio non si vede, per cui ad ogni svolta la speranza si accendeva per morire subito.

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Quando siamo finalmente arrivati nella conca del Lauson abbiamo trovato un unico ospite nel rifugio, un architetto romeno, bravissimo fotografo (Cosmin Ionescu,  http://www.cosminionescu.ro), con cui, dopo qualche scatto ai camosci con la luce del crepuscolo, abbiamo subito stretto amicizia, conversando fino a tarda sera in inglese con la sola luce di alcune candele e una torcia frontale

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Il locale invernale del rifugio è decisamente accogliente e ordinato e abbiamo potuto sistemarci in tutta comodità.

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Al mattino ci siamo mossi alle 6.00, nel buio totale, diretti al laghetto del Lauson, sperando di fotografare un’alba interessante. Vista la stagione arida abbiamo trovato il laghetto completamente asciutto e anche l’alba, in assenza di nubi o foschia, è risultata piuttosto anonima.

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Tornando verso il rifugio, con l’arrivo progressivo dei raggi solari nella conca del Lauson, ci siamo dedicati agli scatti a camosci e stambecchi.

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Nella luce dorata del mattino mi sono goduto i primi inseguimenti tra camosci, che tra poco caratterizzeranno il periodo degli amori …

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… ho provato a giocare un po’ con i contrasti …

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… e sono stato intrattenuto da due magnifici esemplari di stambecco, anch’essi in vena di “sfide” mattutine,

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Purtroppo la luce forte e i contrasti marcati non ci hanno permesso molto altro. Gli animali, a causa del caldo anomalo, si sono ben presto portati al riparo per riposare.

A noi non è rimasto altro che scendere, godendoci ancora una volta i colori dei larici e programmando di tornare quanto prima per riempirci ancora una volta gli occhi e il cuore con gli spettacoli della natura tra i monti.

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Una serata in quota, tra le stelle.

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Da tempo mi frullava per la testa l’idea di trascorrere una serata in alta montagna, per cercare di fotografare la Via Lattea, approfittando dell’assenza di inquinamento luminoso e dell’aria tersa e limpida. Finalmente, qualche giorno fa, si è presentata l’occasione. La sera del 20 agosto sarebbe stata luna nuova e le previsioni meteo erano ottime. Sono così partito con un amico alla volta del Colle del Nivolet, tra Valle dell’Orco (Piemonte) e Valsavarenche (Valle d’Aosta).

Il Nivolet è uno dei luoghi più apprezzati dagli amanti della fotografia notturna, perché la quota e la lontananza dai centri abitati riducono al minimo l’inquinamento luminoso. Per eliminare quasi totalmente questo fastidioso elemento mi sono spinto ancora più in alto, tra i laghi Rosset e Leità. L’obiettivo era effettuare uno scatto che comprendesse la Via Lattea, il lago Leità e la Punta Basei.

Arrivati in zona nel tardo pomeriggio, abbiamo iniziato l’attesa, contemplando la progressiva trasformazione della luce del giorno che virava verso tonalità calde e profonde, che valorizzavano le ombre sempre più lunghe dei monti. Ripensando alla bellissima chiusura della prima egloga virgiliana “maioresque cadunt altis de montibus umbrae“, abbiamo colto l’occasione per qualche scatto panoramico alla catena del Gran Paradiso, valorizzata da un cielo estremamente interessante, quanto foriero di qualche preoccupazione in vista della nottata (belle le nuvole, ma … temevamo di non poter fotografare le stelle).

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Da sinistra a destra: Gran Paradiso (tra le nubi), Tresenta, Ciarforon, Becca di Monciair, Denti del Broglio, Punta Fourà e Punta Violetta. In primo piano il Lago Rosset.

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La catena del Gran Paradiso con gli ultimi raggi di luce.

 

Al calare della notte, con un freddo sempre più intenso, le nubi si sono pian piano dissolte, rivelando uno spettacolo meraviglioso, oltre ogni più rosea aspettativa.

La Via Lattea era visibile ad occhio nudo e siamo riusciti a riprenderla senza problemi, con la chicca, in qualche scatto, di alcune Perseidi (stelle cadenti) ritardatarie, che hanno lasciato le loro scie nel cielo, tra migliaia di stelle.

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Autoscatto durante una ripresa al lago Leità. Una Perseide sta per attraversare la Via Lattea.

 

 

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In questo scatto, appena a destra della Via Lattea, la Punta Basei, in primo piano il Lago Leità e sullo sfondo le Levanne. Si notano due Perseidi, una a sinistra e una a destra della Via Lattea.

 

Materiale fotografico:

Nikon D810

Ottica Nikkor AF-S 14-24 f2,8 G ED

Treppiede Feisol CT 3471

Tecnica utilizzata in fase di ripresa: Applicazione della Noise Reduction su ISO elevati. Praticamente, per evitare il rumore digitale che viene generato dagli ISO elevati, la macchina fotografica effettua due scatti: nel primo riprende la scena, mentre nel secondo scatta un fotogramma nero, che registra esclusivamente il rumore prodotto dai parametri di scatto. In fase di salvataggio viene automaticamente sottratto al primo scatto il rumore evidenziato nel secondo.

In fase di sviluppo del file RAW con Camera RAW e Photoshop CC ho esclusivamente accentuato leggermente la nitidezza e la luminosità delle stelle e, in generale, della Via Lattea.

Lo scatto che cercavo?

Si può dire di aver finalmente realizzato lo scatto dei propri sogni? 

Secondo me no. Quando mi chiedono quale fotografia  desidererei scattare non so che cosa rispondere. Forse non ho molta fantasia, forse aspetto  quelle occasioni imprevedibili che la natura regala a ripetizione, ma che spesso non sappiamo cogliere.

Un paio di mesi fa, durante un sopralluogo nel Parco Nazionale del Gran Paradiso  in preparazione al workshop organizzato dall’ amico Bruno De Faveri, i miei amici stambecchi mi hanno fatto una sorpresa: dopo parecchio scarpinare avevo finalmente trovato il branco dei maschi.  Ho scattato in mezzo a loro per circa un’ora.  Nulla di che. Immagini che certamente avrei cancellato  (come poi ho effettivamente fatto).

A un tratto il branco si è mosso, attraversando una selletta aperta verso il fondovalle. 

Ho riposto l’attrezzatura per scendere, quando due bellissimi esemplari sono tornati indietro e per pochi secondi si sono scambiati cornate. Sembravano su un palcoscenico!

Ho tirato nuovamente fuori la macchina, ho sostituito al volo il teleobiettivo con il grandangolo, cercando di comprendere il più possibile nell’ immagine il bellissimo cielo parzialmente nuvoloso, esponendo in modo tale da rendere gli stambecchi in silhouette. 

Questo è il risultato. 

Per un paio di giorni ho pensato di aver finalmente realizzato lo scatto che sognavo.

Ora ho capito che non è così. 

Lo scatto sognato è sempre un progetto ancora da realizzare.